lunedì 26 dicembre 2011

Petrolio


Dalle tue labbra scorre petrolio,
costosissimo veleno per cui darei ogni cosa.
Solo per rifornirmi ancora una volta
dalla sua nera fonte.

giovedì 1 dicembre 2011

Sogno di una notte (di mezza) d'estate



Sono le 2.20 del 2 dicembre 2011. Sono passati 6 mesi dall'ultimo post in questo blog. E ora sono qui a scrivere. Gli affari miei no, non interessano a nessuno, né a me interessa dirli. Però ho bisogno di scrivere, quindi leggete se ne avete voglia, se no coddatevi.
È già arrivato dicembre, il tempo è volato, e siamo quasi a Natale. Il terribile Natale, la festa che premia i felici e punisce gli infelici...un po' come con le notti d'estate. Le notti d'estate, quelle che quando sei un adolescente senza un amico sogni siano quelle in cui ti divertirai a più non posso, quelle in cui non farai niente fino all'alba, soltanto divertirti, quelle in cui un giorno avrai delle emozioni vere con qualcuno che non sia la tua fantasia. Tra esattamente 375 giorni secondo i Maya finirà il mondo...dobbiamo tenerci pronti, e completare gli ultimi preparativi prima che squilli la tromba dell'arcangelo Gabriele. Sì, l'Apocalisse per qualche ignota ragione è un evergreen nei miei post. Sarà perché la vedo al contrario di come la vede la maggior parte delle persone. La vedo come la fine di tutto: la morte tua, senza che i tuoi amici piangano per te, la morte dei tuoi amici, senza che tu pianga loro, la morte di tutto quanto, senza che nessuno pianga nessun altro. E l'anima di queste persone, che speri vivrà anche dopo la morte, perché è troppo difficile, forse impossibile, pensare che un'anima si dimentichi di un'altra anima con cui ha condiviso qualcosa di vero. Ma sto divagando nel filosofico-teologico-poetico-segamentale-cazzomene. Devo svegliarmi tra 5 ore, eppure sono ancora sveglio, e non ho nessuna intenzione di andare a letto a breve. Cosa è cambiato da quand'ero quell'adolescente che sognava le notti d'estate? Tante cose: sono una persona completamente diversa, sono cambiato tanto, anche fisicamente, ho tante persone vicino a me...no, in realtà non sono tante, sono poche, ma valgono come se fossero mille; ho il teatro, che è la mia passione, che è vita. Eppure la paura del domani è rimasta uguale...paura di perdere le persone che amo, paura, un giorno, di non poter dare più nulla agli altri, paura di non poter donare più un sorriso a nessuno. Ed è la mia paura più grande, paura che diventa paranoia. Non è paura di stare da solo...non ho paura di stare da solo, ci sono abituato. Anzi, non sarei la persona che sono oggi se non conoscessi la solitudine. È paura di stare senza chi amo. Paura che solo un abbraccio può vincere. E l'Apocalisse, a confronto, è un'idea molto meno dolorosa.
Sì, avevo detto che non avrei detto i cazzi miei, e alla fine l'ho fatto. Quindi resettate tutto e fate finta di non aver letto. Anche perché non c'è scritto nulla in realtà, solo di un sogno di una notte di mezza estate.

mercoledì 6 luglio 2011

Olmo

Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa
radice:
è quello di cui tu hai paura.
Io non ne ho paura: ci sono stata.

E' il mare che senti in me,
le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L'amore è un'ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,
finchè la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino
una zolla,
rimandando echi ed echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?
Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.
E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l'atrocità dei tramonti.
Bruciati fino alla radice
i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di
ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.
Un vento di tale violenza
non tollerà neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi
crudelmemte, lei che è sterile
Il suo splendore mi folgora. O forse l'ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare
diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.
Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,
la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono
Sono quelli i volti dell'amore, quelle pallide
irrecuperabilità?
E' per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggiore conoscenza.
Che cos'è questo, questa faccia
così assassina nel suo strangolio di rami?

Sibilano i suoi acidi serpentini.
Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate
e lente
che uccidono e uccidono e uccidono.

Sylvia Plath

domenica 15 maggio 2011

Il nome


Aveva un nome bellissimo.

Se lo guardavi negli occhi neri, sprofondavi nell'abisso. Il caos era qualsiasi cosa dopo quello sguardo. L'ultimo che potevi avere.

Il nome più bello di tutti.

Il male assoluto. La melma di tutte le ere si rinchiudeva nel suo spirito di catrame e antracite.

A solo sentirlo pronunciare, provavi una dolcezza smisurata.

Poteva essere la morte, la sofferenza, o qualsiasi cosa potessi immaginare prima del niente. Forse odio, o forse ancora peggio: amore.

Gli dei gli avevano fatto questo dono, e nessuno andava a cercarlo dove esisteva.

Rimaneva rinchiuso nel buio mentre si leccava le sue ferite naturali, da cui sgorgava il sangue che concimava i fiori già secchi. Spaccava la terra, che si frantumava.

Tutti gli umani gli lasciavano delle orchidee davanti a casa sua, nella porta aveva scritto il suo nome.

Nessuno era così razionale da guardare dentro.

venerdì 13 maggio 2011

Colpa


Ho trovato un caffè squallido, il mio cervello era aggrovigliato come un intestino. Ci sono rimasto un'ora. Meditavo che in qualche punto dell'universo deve pur trovarsi quel mondo di cui abbiamo parlato una volta. Un mondo dorato di luce, un mondo giusto, in cui ogni essere umano possa trovare la persona che gli è destinata. In cui ogni amore è amore vero e, come premio, si può anche vivere per l'eternità. Naturalmente ho subito pensato a quelli che nemmeno laggiù sarebbero capaci di vivere, a disagio con una bontà e una generosità tanto abbondanti. A quei maledetti che si suiciderebbero.
Sono rimasto seduto a fissare i passanti, considerando quale potrebbe essere il castigo per chi si suicida laggiù. Come io li punirei. [...] Alza gli occhi [...] e dimmi: è possibile che sia questo il motivo? Intendo il motivo dello squallore, dell'alienazione, della vigliaccheria, del senso di provvisorietà e di costante oppressione, e di tutte le altre lettere che compongono l'alfabeto del nostro esperanto?
Insomma, è possibile che il nostro mondo sia il penitenziario di quell'altro mondo, e che ogni essere umano che vedi intorno a te, non importa se uomo o donna, giovane o vecchio, si sia già suicidato?
Guarda la prima persona che ti viene incontro in questo momento e dimmi se il suo viso non tradisce, anche solo in un piccolo tratto, l'ammissione di una colpa? Di una colpa qualsiasi? (Potrebbe nascondersi nel naso, nelle labbra piegate all'ingiù, nella fronte e soprattutto negli occhi.) Stamattina non ho visto un solo individuo per la strada che non avesse un tratto del genere. Nemmeno i più belli.
Nemmeno i bambini. Ce n'era un gruppo, sulla spiaggia. Sono rimasto a guardarli. Bambini di sei o sette anni. Quasi tutti mostravano già un segno di amarezza, di rabbia e di colpa (soprattutto di colpa).

(David Grossman, Che tu sia per me il coltello)

venerdì 15 aprile 2011

Buio circolare


Nella stanza totalmente buia, tutto quello che c'era era un libro che leggeva alla luce di una candela.

L'aveva già letto tante, troppe volte, ma ogni volta un senso di delusione la pervadeva dalle fondamenta.

Quasi che tutto quello che aveva imparato, quando era ancora acqua e terra, sembrava non avere valore.

La stanza era tonda, nessuna parete, nessuno spigolo.

La candela posta al centro di essa era giusta, equa, illuminava allo stesso modo tutta la stanza.

Il buio si mescolava perfettamente alla luce e la luce al buio, e non si poteva realmente dire se la stanza era buia o luminosa.

La candela stanza in mezzo alla stanza tonda, col libro consunto a rovinare quella simmetria d'ombra.

Il libro si consumava sempre più mentre la durezza di quelle dita scorreva tra le sue righe.

La candela lo illuminava, ma la stanza rimaneva buia oltre la metà.

martedì 25 gennaio 2011

Oro spento


Era bellissima,
coi suoi capelli di oro fulgido.
Si sentiva bellissima,
mentre li pettinava ancora
e ancora.
Erano lisci,
lisci come le fronde di un salice,
ma lei continuava a pettinarli,
tutto il giorno,
ininterrottamente,
mentre lo specchio rifletteva
la sua testa completamente calva.
Eppure la sua spazzola nera
percorreva i capelli sottili
da cima a fondo,
lentamente,
e lei,
rapita da quel gesto,
un gesto di cui non avrebbe potuto fare a meno
se avesse avuto le mani,
sorrideva
con la sua bocca senza denti.
Poteva scorgere nel suo riflesso
la sua pelle candida
come un lenzuolo innevato,
lo vedeva,
lo vedeva che era bellissima,
lo vedeva coi suoi occhi bianchi.
E mentre lo specchio la rapiva
mentre ripeteva quel gesto,
quel gesto ipnotico
come la sua pelle
di un bianco innaturale,
cantava
un ritornello
di cui non ricordava le parole,
un ritornello
che sapeva di un passato lontano.
Sarebbe stata bellissima,
se fosse esistita.