venerdì 14 dicembre 2012

La vendetta


Si è voltato a destra, a sinistra, non vede nulla.
Ha paura. Forse ha perfino pianto, non ne è sicuro perché la pioggia lo colpiva in viso.
Sopra di lui, il cielo grigio; sotto, la cosa più vicina era il fango.
Dice:
- Perché te ne sei andata? Le tue mani di vetro sono trasparenti come l'acqua limpida dei ruscelli montani. Nei tuoi occhi leggo il silenzio, sul tuo viso il disgusto.
L'indomani dice:

- Il tuo viso è nero, piacere dal riso acuto, eppure vorrei raggiungere la montagna bianca, quella che cercano i viaggiatori sporgendosi dai finestrini di treni senza binari, senza speranza. Viaggiatori senza meta, che, giunto il momento, si appendono ai campanelli d'allarme. Si dondolano così, in compagnia di mio padre e, tra le ruote, i nostri figli mai nati piangono e gridano, e un milione di stelle indicano il cammino.
Il terzo giorno dice:
- Gli sconfitti hanno incassato i colpi senza restituirli. Ma sono diventati cattivi. A sera hanno attraversato il fiume, per aspettare l'ora dei conti dietro gli sbarramenti.
Perfino gli innocenti furono abbattuti.
L'ultimo giorno dice:
- Non domandarmi, - i capelli al vento, - non domandarmi chi ha cominciato, non domandarmi chi ha finito. Tutto quello che so, è che c'è stato un primo colpo.
- Ti vendicherò.
Si è steso accanto a quello che era stato un corpo di donna, ha carezzato i capelli bagnati, o forse era soltanto erba.
Allora cento uomini uscirono allo scoperto sul campo dilaniato dal fuoco e dissero:
- Quando finiremo di piangere e di vendicare i nostri morti? Quando finiremo di uccidere e di piangere? Noi siamo i superstiti, i vili, incapaci di combattere, incapaci di uccidere. Vogliamo dimenticare, vogliamo vivere.
L'uomo nel fango si è mosso, ha alzato l'arma e li ha abbattuti fino all'ultimo.

(Agota Kristof)

martedì 4 dicembre 2012

Bocciolo



Di un bocciolo in primavera
puoi fare ciò che vuoi:
gettarlo via,
lasciarlo crescere
fin quando non diventerà frutto,
che potrai mangiare,
o potrai coglierlo,
metterlo in mezzo a un libro
perché rimanga per sempre intatto.
Questo sono io,
un bocciolo in un libro,
che dopo aver scelto
le pagine in mezzo a cui stare,
resta lì nei secoli,
a contemplare il buio,
a rimpiangere i suoi giorni da bocciolo,
quelli mai arrivati da frutto,
e ad aspettare che un giorno tu
ti ricordi di quanto mi trovavi bello
e mi mettesti in mezzo al libro
per essere tuo
ogni volta che avessi voluto.
Come Paride,
hai fatto la scelta sbagliata,
perché da quando ero una gemma,
un po' di polline sbattuto dallo zefiro,
in me scorreva già la linfa,
dov'era scritto il tuo nome,
linfa immortale,
per essere tuo in eterno.
Saremmo potuti essere una cosa sola,
quando finalmente sarei diventato un frutto
e il mio succo
ti avrebbe bagnato le labbra,
sarebbe diventato parte di te
a sigillare il nostro amore.
Invece vivrò nell'oblio,
solo
in eterno,
aspettandoti.
Già ti sento lontano.
Che la notte non abbia colto te,
prima che me?
Se così fosse
vorrei che la mia prigione di carta
fosse arsa dalle fiamme
per soffrire di meno.
Questa carta mi imprigiona
ma sento ancora il profumo
del giorno in cui mi rinchiudesti.
Il tempo un giorno mi disfacerà,
sarò cenere,
nascerà nuova vita da me,
ma se la tua anima tornerà,
sotto mentite spoglie,
il mio succo bagnerà le tue nuove labbra,
tutte le volte che tornerai,
tutte le volte che vorrai.

martedì 13 novembre 2012

Asini



Una volta un uomo andava al mercato con suo figlio per vendere il loro asino. La gente mentre passavano commentava:

"Che sciocchi quei due, hanno un asino e stanno camminando a piedi.",

così il figlioletto salì sull'asino e continuarono a camminare.
Dopo un po' sentirono la gente che commentava:


"Che figlio poco amorevole, ha un padre anziano e lui che ha le gambe belle e forti si muove sull'asin
o.",

così il figlioletto scese dall'asino e fece salire il padre.
Continuarono a camminare, e dopo un po' sentirono altri commenti:


"Che razza di padre, lui è un uomo e va sull'asino e suo figlio che è solo un bambino lo fa andare a piedi.",

allora salirono tutti e due sull'asino.
Continuando il tragitto, sentirono la gente commentando:


"Che modo di trattare quell'asino, tutti e due sani e forti sopra di quel gracile asinello a dargli peso."

lunedì 16 gennaio 2012

Miraggio


Rovistando nei meandri del mio sottoscrivania, cercando fogli da buttare (con cui ho riempito un intero scatolone dato che ho sempre avuto la perversione di conservare qualsiasi cosa) ho trovato tre vecchi numeri del giornalino della scuola, in cui pubblicavo ogni mese una poesia con lo pseudonimo di Thanatos (in realtà credo che chiunque sapesse che ero io) e questa è una di quelle, risalente all'Anno Domini MMVIII (avevo 17 anni):

Quando chiudo gli occhi,
tu vieni a turbare i miei sogni,
e non posso dormire tranquillo,
per paura di svegliarmi,
per paura di perdere la tua immagine,
così viva,
così vera.
Ma quando mi sveglio
non ci sei più,
e allora alla luce del sole vivi
nei miei desideri.
La mia mente mi pensa,
il mio cuore ti sente,
il mio corpo ti brama.
Almeno nei miei sogni,
sarà come averti qua.
Per questo aspetto la Notte,
aspetto Morfeo,
quando almeno allora potrò averti,
nella miseria di un'illusione.
Come la visione di una pozza d'acqua nel deserto,
sarai il mio miraggio per cui continuerò a camminare.

Constato con piacere come certi mie emozioni siano universali per qualunque periodo della mia vita.

lunedì 26 dicembre 2011

Petrolio


Dalle tue labbra scorre petrolio,
costosissimo veleno per cui darei ogni cosa.
Solo per rifornirmi ancora una volta
dalla sua nera fonte.

giovedì 1 dicembre 2011

Sogno di una notte (di mezza) d'estate



Sono le 2.20 del 2 dicembre 2011. Sono passati 6 mesi dall'ultimo post in questo blog. E ora sono qui a scrivere. Gli affari miei no, non interessano a nessuno, né a me interessa dirli. Però ho bisogno di scrivere, quindi leggete se ne avete voglia, se no coddatevi.
È già arrivato dicembre, il tempo è volato, e siamo quasi a Natale. Il terribile Natale, la festa che premia i felici e punisce gli infelici...un po' come con le notti d'estate. Le notti d'estate, quelle che quando sei un adolescente senza un amico sogni siano quelle in cui ti divertirai a più non posso, quelle in cui non farai niente fino all'alba, soltanto divertirti, quelle in cui un giorno avrai delle emozioni vere con qualcuno che non sia la tua fantasia. Tra esattamente 375 giorni secondo i Maya finirà il mondo...dobbiamo tenerci pronti, e completare gli ultimi preparativi prima che squilli la tromba dell'arcangelo Gabriele. Sì, l'Apocalisse per qualche ignota ragione è un evergreen nei miei post. Sarà perché la vedo al contrario di come la vede la maggior parte delle persone. La vedo come la fine di tutto: la morte tua, senza che i tuoi amici piangano per te, la morte dei tuoi amici, senza che tu pianga loro, la morte di tutto quanto, senza che nessuno pianga nessun altro. E l'anima di queste persone, che speri vivrà anche dopo la morte, perché è troppo difficile, forse impossibile, pensare che un'anima si dimentichi di un'altra anima con cui ha condiviso qualcosa di vero. Ma sto divagando nel filosofico-teologico-poetico-segamentale-cazzomene. Devo svegliarmi tra 5 ore, eppure sono ancora sveglio, e non ho nessuna intenzione di andare a letto a breve. Cosa è cambiato da quand'ero quell'adolescente che sognava le notti d'estate? Tante cose: sono una persona completamente diversa, sono cambiato tanto, anche fisicamente, ho tante persone vicino a me...no, in realtà non sono tante, sono poche, ma valgono come se fossero mille; ho il teatro, che è la mia passione, che è vita. Eppure la paura del domani è rimasta uguale...paura di perdere le persone che amo, paura, un giorno, di non poter dare più nulla agli altri, paura di non poter donare più un sorriso a nessuno. Ed è la mia paura più grande, paura che diventa paranoia. Non è paura di stare da solo...non ho paura di stare da solo, ci sono abituato. Anzi, non sarei la persona che sono oggi se non conoscessi la solitudine. È paura di stare senza chi amo. Paura che solo un abbraccio può vincere. E l'Apocalisse, a confronto, è un'idea molto meno dolorosa.
Sì, avevo detto che non avrei detto i cazzi miei, e alla fine l'ho fatto. Quindi resettate tutto e fate finta di non aver letto. Anche perché non c'è scritto nulla in realtà, solo di un sogno di una notte di mezza estate.

mercoledì 6 luglio 2011

Olmo

Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa
radice:
è quello di cui tu hai paura.
Io non ne ho paura: ci sono stata.

E' il mare che senti in me,
le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L'amore è un'ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,
finchè la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino
una zolla,
rimandando echi ed echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?
Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.
E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l'atrocità dei tramonti.
Bruciati fino alla radice
i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di
ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.
Un vento di tale violenza
non tollerà neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi
crudelmemte, lei che è sterile
Il suo splendore mi folgora. O forse l'ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare
diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.
Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,
la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono
Sono quelli i volti dell'amore, quelle pallide
irrecuperabilità?
E' per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggiore conoscenza.
Che cos'è questo, questa faccia
così assassina nel suo strangolio di rami?

Sibilano i suoi acidi serpentini.
Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate
e lente
che uccidono e uccidono e uccidono.

Sylvia Plath