Di
un bocciolo in primavera
puoi
fare ciò che vuoi:
gettarlo
via,
lasciarlo
crescere
fin
quando non diventerà frutto,
che
potrai mangiare,
o
potrai coglierlo,
metterlo
in mezzo a un libro
perché
rimanga per sempre intatto.
Questo
sono io,
un
bocciolo in un libro,
che
dopo aver scelto
le
pagine in mezzo a cui stare,
resta
lì nei secoli,
a
contemplare il buio,
a
rimpiangere i suoi giorni da bocciolo,
quelli
mai arrivati da frutto,
e
ad aspettare che un giorno tu
ti
ricordi di quanto mi trovavi bello
e
mi mettesti in mezzo al libro
per
essere tuo
ogni
volta che avessi voluto.
Come
Paride,
hai
fatto la scelta sbagliata,
perché
da quando ero una gemma,
un
po' di polline sbattuto dallo zefiro,
in
me scorreva già la linfa,
dov'era
scritto il tuo nome,
linfa
immortale,
per
essere tuo in eterno.
Saremmo
potuti essere una cosa sola,
quando
finalmente sarei diventato un frutto
e
il mio succo
ti
avrebbe bagnato le labbra,
sarebbe
diventato parte di te
a
sigillare il nostro amore.
Invece
vivrò nell'oblio,
solo
in
eterno,
aspettandoti.
Già
ti sento lontano.
Che
la notte non abbia colto te,
prima
che me?
Se
così fosse
vorrei
che la mia prigione di carta
fosse
arsa dalle fiamme
per
soffrire di meno.
Questa
carta mi imprigiona
ma
sento ancora il profumo
del
giorno in cui mi rinchiudesti.
Il
tempo un giorno mi disfacerà,
sarò
cenere,
nascerà
nuova vita da me,
ma
se la tua anima tornerà,
sotto
mentite spoglie,
il
mio succo bagnerà le tue nuove labbra,
tutte
le volte che tornerai,
tutte
le volte che vorrai.
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