
Ho trovato un caffè squallido, il mio cervello era aggrovigliato come un intestino. Ci sono rimasto un'ora. Meditavo che in qualche punto dell'universo deve pur trovarsi quel mondo di cui abbiamo parlato una volta. Un mondo dorato di luce, un mondo giusto, in cui ogni essere umano possa trovare la persona che gli è destinata. In cui ogni amore è amore vero e, come premio, si può anche vivere per l'eternità. Naturalmente ho subito pensato a quelli che nemmeno laggiù sarebbero capaci di vivere, a disagio con una bontà e una generosità tanto abbondanti. A quei maledetti che si suiciderebbero.
Sono rimasto seduto a fissare i passanti, considerando quale potrebbe essere il castigo per chi si suicida laggiù. Come io li punirei. [...] Alza gli occhi [...] e dimmi: è possibile che sia questo il motivo? Intendo il motivo dello squallore, dell'alienazione, della vigliaccheria, del senso di provvisorietà e di costante oppressione, e di tutte le altre lettere che compongono l'alfabeto del nostro esperanto?
Insomma, è possibile che il nostro mondo sia il penitenziario di quell'altro mondo, e che ogni essere umano che vedi intorno a te, non importa se uomo o donna, giovane o vecchio, si sia già suicidato?
Guarda la prima persona che ti viene incontro in questo momento e dimmi se il suo viso non tradisce, anche solo in un piccolo tratto, l'ammissione di una colpa? Di una colpa qualsiasi? (Potrebbe nascondersi nel naso, nelle labbra piegate all'ingiù, nella fronte e soprattutto negli occhi.) Stamattina non ho visto un solo individuo per la strada che non avesse un tratto del genere. Nemmeno i più belli.
Nemmeno i bambini. Ce n'era un gruppo, sulla spiaggia. Sono rimasto a guardarli. Bambini di sei o sette anni. Quasi tutti mostravano già un segno di amarezza, di rabbia e di colpa (soprattutto di colpa).
(David Grossman, Che tu sia per me il coltello)
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